41) Michelstaedter. La persuasione.
Carlo Michelstaedter (1887-1910), parte dalla distinzione fra
altheia e dxa e la interpreta con le categorie della persuasione
e della retorica. Su questa base egli sviluppa poi una serrata
critica dell'Occidente, inteso come vivere inautentico, e indica
la via del superamento dell'egoismo nell'ascesi.
In questa lettura egli afferma che la vita umana  immersa nella
solitudine, con un desiderio profondo di appartenenza e di
possesso, che per rimangono sempre inappagati.
C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica (vedi manuale
pagine 429).
So che voglio e non ho cosa io voglio. Un peso pende ad un gancio,
e per pender soffre che non pu scendere: non pu uscire dal
gancio; poich quant' peso pende, e quanto pende dipende. Lo
vogliamo soddisfare: lo liberiamo dalla sua dipendenza. lo
lasciamo andare, che sazi la sua fame del pi basso, e scenda
indipendente fino a che sia contento di scendere. Ma in nessun
punto raggiunto fermarsi lo accontenta, e vuole pur scendere, ch
il prossimo punto supera in bassezza quello che essa ogni volta
tenga. E nessuno dei punti futuri sar tale da accontentarlo, che
necessario sar alla sua vita, fintanto che lo aspetti (phra n
mne autn) pi in basso; ma ogni volta fatto presente, ogni punto
gli sar fatto vuoto d'ogni attrattiva non pi essendo pi basso;
cos che in ogni punto esso manca dei punti pi bassi e vieppi
questi lo attraggono; sempre lo tiene un'ugual fame del pi basso,
e infinita gli resta pur sempre la volont di scendere. Che se in
un punto gli fosse finita, e in un punto potesse possedere
l'infinito scendere dell'infinito futuro, in quel punto esso non
sarebbe pi quello che : un peso.
La sua vita  questa mancanza della sua vita; Quando esso non
mancasse pi di niente, ma fosse finito, perfetto: possedesse se
stesso, esso avrebbe finito d'esistere. Il peso  a se stesso
impedimento a posseder la sua vita, e non dipende pi da altro che
da se stesso in ci che non gli  dato di soddisfarsi. Il peso non
pu mai esser persuaso.

N alcuna vita  mai sazia di vivere in alcun presente, ch tanto
 vita quanto si continua, e si continua nel futuro quanto manca
del vivere. Che se si possedesse ora qui tutta e di niente
mancasse, se niente l'aspettasse nel futuro, non si continuerebbe:
cesserebbe d'esser vita.
Tante cose ci attirano nel futuro, ma nel presente invano vogliamo
possederle. - Io salir sulla montagna; l'altezza mi chiama,
voglio averla; l'ascendo, la domino; ma la montagna come la
posseggo? Ben son alto sulla pianura e sul mare; e vedo il largo
orizzonte che  della montagna; ma tutto ci non  mio, non  in
me quanto vedo, e per pi vedere non mai ho visto: la vista non
la posseggo. - Il mare brilla lontano; in altro modo esso sar
mio; io scender alla costa; io sentir la sua voce; navigher sul
suo dorso... e sar contento. Ma ora che sono sul mare,
l'orecchio non  pieno d'udire, e la nave cavalca sempre nuove
onde, un'ugual sete mi tiene. Se mi tuffo nel mare, se sento
l'onda sul mio corpo - ma dove sono io non  il mare; se voglio
andare dove  l'acqua e averla, le onde si fendono davanti
all'uomo che nuota se bevo il salso, se esulto come un delfino, se
m'annego - ma ancora il mare non lo posseggo; sono solo e diverso
in mezzo al mare.
N se l'uomo cerchi rifugio presso alla persona ch'egli ama, egli
potr saziar la sua fame; non baci, non amplessi, o quante altre
dimostrazioni l'amore inventi, li potranno compenetrare l'uno
dell'altro: ma saranno sempre due, e ognuno solo e diverso di
fronte all'altro.
Gli uomini lamentano questa loro solitudine. ma se essa  loro
lamentevole  perch essendo con se stessi, si sentono soli; si
sentono con nessuno e mancano di tutto.
Grande Antologia filosofica, Marzorati, Milano, 1976, volume
ventiquattresimo, pagine 411-412.
